Torna sugli schermi Borat, giornalista d’assalto

di Riccardo Bramante

Nel pieno di una esasperata campagna elettorale per le presidenziali in USA, esce sugli schermi di Amazon Prime il film del regista Jason Wolinar “Borat- Seguito di film” essendo, in effetti, il sequel di “Borat- Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan” prodotto nel 2006 con protagonista la superstar della commedia politicamente scorretta americana Sacha Bacon Cohen.

Questa volta lo pseudogiornalista kazako Borat Segdiyev ritorna negli Stati Uniti con il preciso intento di dare in moglie la propria figlia Tutar a “qualcuno vicino alla Casa Bianca”, individuato in particolare nell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, oggi ascoltatissimo consigliere di Trump.

Girato in gran segreto durante la pandemia e spesso con non-attori inseriti però in contesti ed ambienti reali, il film si dipana tra lo spontaneo e lo sceneggiato con scene assurde, esagerate e talvolta eccessive in cui la capacità istrionica del protagonista ha modo di inserirsi anche nella combattuta campagna presidenziale in corso come quando Baron Cohen irrompe all’interno di una convention repubblicana travestito da Mc Donald Trump (come lui lo ribattezza) a imitazione di quanto realmente accaduto recentemente all’attuale Vice Presidente Mike Pence davvero interrotto da un pazzo travestito da Trump.

Anche il dramma vissuto dagli USA per la pandemia in atto viene tirato in ballo per evidenziare gli errori compiuti dall’attuale amministrazione, mettendo a nudo quello che è il vero virus: l’ignoranza!. Ovviamente non c’è la presunzione di voler fornire la soluzione al problema, ma c’è la volontà di far riflettere ciascuno secondo la propria testa guardando la realtà dei fatti che ci dimostra che quando la politica cade nel ridicolo il lavoro della satira, sia essa cinematografica che letteraria, diventa più difficile perché superata dalla realtà. Ma il film ci riesce con un escamotage: Borat viene presentato come un acceso fan di un Presidente che dalla Stanza Ovale sostiene teorie misogine e razziste allineandosi perfettamente alle sue idee che condivide incondizionatamente anziché contestarle come vorrebbe il “politically correct”.

In definitiva, il film è un tipico esempio di cinema d’assalto che, anche improvvisando, mette a nudo l’anima profonda della società americana deridendola senza compassione.

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