Sandor Marai, uno scrittore quasi sconosciuto in Europa

Il 22 febbraio ricorre il 29° anniversario della morte di Sandor Karoli Marai, scrittore e giornalista ungherese nato nel 1900 a Kosice (oggi facente parte della Slovacchia ma allora inglobata nell’Impero dell’ Austria Ungheria) e poi divenuto cittadino statunitense quando si trasferì in quel Paese.
Studiò giornalismo in Germania, a Lipsia, e, pur non raggiungendo mai la sospirata laurea, collaborò con la Frankfurter Zeitung ( oggi Frankfurter Allgemeine Zeitung) uno dei più accreditati quotidiani già da quell’epoca. Rientrato in Ungheria nel 1938, cominciò ad essere conosciuto per il suo stile di scrittura estremamente realistico e per essere stato il primo a recensire e riconoscere la grandezza delle opere di Franz Kafka. Fuggito dall’Ungheria nel 1948 per evitare le persecuzioni comuniste, si trasferì prima in Svizzera e poi in Italia, a Napoli, e infine negli Stati Uniti, dove ne prese la cittadinanza e successivamente morì suicida nel 1989, dopo una serie di grandi contrasti e lutti familiari.
Numerose sono le opere da lui scritte: tra queste sono da ricordare “Il sangue di S. Gennaro” e “Terra, terra….ricordi” redatte durante i suoi soggiorni in Italia ma i romanzi per cui è maggiormente noto sono “Le braci” e “L’eredità di Eszter”, in cui il cupo e doloroso scorrere della vita dei protagonisti (soprattutto Eszter) viene studiato psicologicamente in modo drammatico.
Comunque, in tutte le sue opere, specie quelle pubblicate in Ungheria alla fine della II Guerra Mondiale, risalta, accanto alle sue posizioni nettamente anticomuniste, una grande chiarezza e precisione di stile che non nasconde, tuttavia, una “forte tensione narrativa spinta quasi all’insostenibile” .
Poche sono le sue opere ( poesie, romanzi e diarii) tradotte anche in italiano perché furono soprattutto gli editori francesi e tedeschi che ebbero fiducia nelle sue capacità e lo fecero conoscere fino ad essere considerato oggi uno dei maggiori interpreti della letteratura europea del XX secolo e divenire oggetto, con il suo romanzo “L’eredità di Eszter”,di un film prodotto in Ungheria nel 2008 e là favorevolmente accolto dalla critica, mentre non ha avuto diffusione negli altri Paesi europei.
Articolo di Riccardo Bramante

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