Le origini del buddismo

Circa alla metà del VI secolo a.C. Siddartha Gautama, figlio del re del clan dei Sakya nell’attuale Nepal, colpito dall’ineluttabilità delle sofferenze, rinunciò alla sua famiglia e agli agi della sua casta e, fuggito dal proprio palazzo, ebbe un simbolico incontro con le dure realtà della vita sotto forma di un mendicante (la povertà), di un malato (la malattia) e di un cadavere (la morte). Si fece quindi monaco questuante (in ciò ricorda un poco il nostro S. Francesco d’Assisi) e, dopo anni di studi e ricerche per svelare il mistero dell’esistenza, la “Verità Eterna” venne a lui mentre meditava sotto un albero di fico a Bodhgaya e se fino a quel momento egli era stato un Bodhisattva, cioè un essere (sattva) destinato a ricevere l’illuminazione (bodhi), da quel momento divenne il Budda, ovvero l’”Illuminato”.
Tutta l’essenza della sua filosofia o religione che dir si voglia è racchiusa nel “Sermone sul girar della ruota della legge” (l’equivalente, per grandi linee, del “Discorso della montagna” di cristiana memoria), predicato nel Parco delle Gazzelle di Benares.
I punti fondamentali sono riassunti nel principio che il dolore è immanente ed originato dalla sete di vivere e dalle passioni dell’Io individuale; tale dolore può essere eliminato solo mediante il distacco dal desiderio fino alla estinzione del proprio Io individuale, alla fuga dal ciclo di nascita e rinascita per raggiungere, infine, il “nirvana”, la beata condizione di non-esistenza o riassorbimento nell’Assoluto. Per conseguire quest’ultimo obiettivo il Budda fornisce una sorta di norma pratica: il perseguimento delle “otto vie” consistenti nella purezza di fede, di volontà, di linguaggio, di azione, di esistenza, di applicazione, di memoria e di meditazione.
Solo seguendo questi principi si può sfuggire alla terribile legge della trasmigrazione (samsara) in modo da non dover più rinascere in qualche forma individuale, ma annientarsi completamente con il dissolversi nell’anima stessa dell’universo.
Nel tempo si sono formate due principali scuole del pensiero buddista: la antica dottrina dell’Hinayama  (letteralmente “piccolo battello o veicolo”) ed il successivo Mahayama ( “grande battello o veicolo”) la prima dottrina sosteneva che la salvezza individuale poteva essere raggiunta soprattutto per mezzo della disciplina monastica senza alcun intervento soprannaturale ; la seconda, invece, estende l’ideale della salvazione a tutti gli individui anche in questa vita ed ha giustificato, in tal modo, la successiva trasformazione di Gautama Budda da superuomo a dio pur rimanendo soltanto uno dei tanti “Illuminati” passati e futuri, santi esseri che scelgono di rinunciare temporaneamente alla beatitudine del nirvana per aiutare l’umanità a salvarsi.
A sua volta il Mahayama si è poi sviluppato in più correnti tra cui la principale è il Vairayama (letteralmente: veicolo del diamante) in cui vengono aggiunti alcuni insegnamenti “segreti” chiamati tantra, attraverso cui si può aggiungere più rapidamente la conoscenza o saggezza ultima anche in questa stessa vita, soprattutto se coadiuvati dalla presenza di un maestro, il guru, e l’utilizzo dei cosiddetti mantra, espressioni sacre enunciate mentalmente o recitate ad alta voce. Attualmente le scuole buddiste sono per lo più di derivazione Mahayama ad eccezione della scuola Theravada (insegnamento degli anziani) che è la forma dominante nell’Asia meridionale e del sud-est.
In Occidente il buddismo cominciò ad essere conosciuto solo nel corso del XIX secolo, soprattutto attraverso opere di funzionari britannici della Compagnia delle Indie come Sir Edwin Arnold con il suo libro “The Light of Asia”e fu studiato, da un punto di vista più filosofico, anche da Arthur Schopenhauer nella sua opera “Die Welt als Wille und Vorstellung (Il mondo come volontà e rappresentazione).
In definitiva, nella sua concretezza, il mondo occidentale vide però nel buddismo una possibile modalità per giungere alla autentica felicità, in contrasto con il fallimento spirituale derivante dalla complessità sempre maggiore della vita e del progresso materiale; ma tutto ciò a discapito della perdita di spiritualità ed interiorità proprie della dottrina originaria.
Articolo di Riccardo Bramante

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