L’arte può diventare ancora un investimento?

di Riccardo Bramante

In questo periodo di estrema difficoltà per l’economia a causa del Covid imperante, in mancanza di certezze anche nel campo finanziario, l’arte torna a proporsi come valida alternativa per investimenti che possano dare utili in futuro.

Soprattutto le opere dei più famosi artisti contemporanei, da Banksy a Warhol a Basquiat, hanno fatto registrare negli ultimi dieci anni aumenti di oltre il 180% con variazioni più contenute per quanto riguarda dipinti del periodo impressionista.

 E’ così, ad esempio, che in una recente asta di Sotheby’s tenutasi a New York il dipinto dell’artista statunitense Man Ray “Black Widow” è stato aggiudicato per 5,78 milioni di dollari o un Banksy (“Show me the Monet” ispirato al capolavoro di Claude Monet) ha raggiunto la cifra di 7,5 milioni di sterline e una stampa di “Ballon Girl” (attualmente in mostra al Chiostro del Bramante) è stata venduta per oltre 791.000 sterline.

E ancora, l’opera “MP2” di Basquiat è stato acquistato dal magnate giapponese Yusaku Maezawa per 110 milioni di dollari divenendo il quadro più caro mai acquistato da un privato.

In questo contesto, anche l’arte italiana ha avuto ha avuto il suo momento di gloria con l’aggiudicazione di “Il pomeriggio di Arianna” di Giorgio De Chirico per la cifra record di 15,9 milioni di dollari e sono tornati appetibili anche altri artisti come Mario Schifano o Tano Festa che raggiungono quotazioni varianti tra i 4.000 e i 200.000 euro a seconda dell’anno di produzione e delle dimensioni.

Continuando a vedere l’opera d’arte dei più famosi artisti contemporanei non solo sotto l’aspetto di gioia e piacere per gli occhi ma anche come valido investimento per il futuro, si può osservare che in Italia questo tipo di investimento è favorito da una legislazione molto vantaggiosa in quanto il collezionista privato non paga tasse sull’acquisto e sul possesso delle opere. Rimane, certamente, un campo ristretto a collezionisti con alti redditi, ma anche in questo caso la finanza è venuta in soccorso con specifiche formule di acquisti condivisi in cui, cioè, il valore delle opere è diviso in quote tra i sottoscrittori di un fondo creato “ad hoc” e dopo un periodo variabile tra i 3 ed i 5 anni le opere stesse vengono rivendute ripartendo i proventi tra i sottoscrittori. E’ una formula che sembra aver avuto un notevole successo, soprattutto oltreoceano, se tali “Art Fund” recentemente censiti sono stati 130 di cui circa 100 in Cina e 8 in Lussemburgo.

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